Riflessioni sulla rinascita creativa di chi sceglie di non farsi inghiottire dalla frenesia digitale

Nel mondo iperconnesso in cui viviamo, dove ogni pensiero deve tradursi in post, reel o hashtag per esistere, scegliere il silenzio può sembrare alle volte un mero atto di sconfitta. In realtà, come insegna anche Rainer Maria Rilke, “la vera patria dell’anima è il silenzio”. Ed è proprio in questo spazio rarefatto che ho ritrovato la mia voce — e con essa un modo più umano di raccontare.

Perché dietro ad ogni pausa e dietro ad ogni parola non detta si cela un gesto di resistenza. Un resistere alla velocità, alla pressione del “pubblica o scompari”, al diktat del contenuto immediato e leggero. Resistere alla tentazione di scrivere per convenienza e non per necessità.

La dittatura dell’istante: come i social consumano la parola

Dopotutto viviamo nell’epoca del “tutto e subito”, dove la nostra attenzione si misura in secondi, la nostra creatività in like e i social network — originariamente nati per connettere — hanno finito per dettare i tempi e i ritmi della narrazione costringendo molti creator, giornalisti e blogger a trasformarsi in produttori seriali di contenuti.

La logica è semplice e implacabile: più pubblichi, più esisti. Ma a quale prezzo?

La scrittura intesa come atto di pensiero e ascolto ha bisogno di lentezza. Ha bisogno di sedimentare, di vivere nel tempo sospeso dell’attesa. Come scriveva Marguerite Duras “scrivere è tentare di sapere cosa scriveremmo se scrivessimo: solo dopo si sa”. Oggi invece si scrive prima ancora di sapere — e si pubblica prima ancora di pensare.

È così che la parola perde il suo peso specifico, la sua capacità di fendere il rumore. E il rischio più grande non è solo la superficialità dei contenuti ma l’atrofia del desiderio creativo: quella sottile assuefazione che ci porta a credere che solo ciò che è visibile abbia valore.

In questo scenario di sovraesposizione, scegliere il silenzio è diventato un atto controculturale.
“Non c’è nulla di più raro, oggi, del non dire”. Lo diceva Albert Camus. Il silenzio infatti non è sempre assenza. A volte è anche preparazione. È lo spazio in cui la parola può tornare a maturare, a prendere forma e senso. La pausa che ci permette di capire se ciò che stiamo scrivendo nasce da un’urgenza interiore oppure da una strategia di visibilità.

Così, quando non pubblico o scompaio dal mondo virtuale per un po’, capisco di non farlo certo per stanchezza o disillusione. Ma piuttosto come atto di rispetto verso di me, verso la mia figura e la mia scrittura stessa. E poi verso i lettori. Un modo per non tradirmi con parole scritte tanto per riempire il tempo o per alimentare l’algoritmo, ma bnesì un atto di onestà intellettuale in un’epoca che preferisce la costanza alla coerenza.

Resistere alla fretta, ritrovare il senso

La vera sfida di oggi non è dunque pubblicare di più ma pubblicare meglio. Non è accumulare visualizzazioni ma coltivare lettori che desiderino leggere e non solo scorrere. La storia di chi, come me, continua a credere che la scrittura non sia una merce ma bensì un gesto, profondo. Che la voce autentica — anche se meno virale — sia dunque quella che resta, quella che crea legami reali tra chi scrive e chi legge.

“Non esiste arte senza disobbedienza creativa”, diceva Oscar Wilde. E forse, oggi, disobbedire significa proprio rifiutarsi di inseguire la fretta. Scegliere il tempo giusto per scrivere, per pensare, per ascoltare, per riflettere. Perché il pensiero non nasce dallo scrollare uno schermo, come passatempo, ma dal silenzio che precede la parola.

Una rinascita personale e collettiva

Di recente, come forse avrete notato, sono così tornata a scrivere sul mio portale online per me stessa ancor prima che per voi, senza nulla voler togliere all’affetto e al rispetto che nutro nei vostri confronti. Sono però tornata a scrivere in libertà concedendo a me stessa una consapevolezza tutta nuova; che la verità di un racconto non si misura con le metriche digitali ma con l’intensità con cui parla ciò che scrivi a chi lo legge. Non più contenuti da produrre ma storie vere da condividere. Non più followers da contare ma persone care e nuovi Amici Gipsy da incontrare.

E forse è proprio in questo ritorno alla misura umana del racconto che si gioca il futuro della scrittura, anche e soprattutto di quella online. Un futuro in cui la lentezza non è più un difetto bensì un atto di coraggio. In cui chi scrive torna a farlo non tanto per riempire il silenzio ma per dare al silenzio una forma e un significato completamente nuovi.


Scopri di più da Claudia Cabrini - Giornalista di Viaggi e Spettacolo

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