Chi ha detto che una donna da sola non può cambiare il corso della propria vita o persino del mondo che la circonda?
Seppur con qualche giorno di anticipo, ho deciso di ricordare e celebrare la forza delle donne anche in vista della Giornata Mondiale Contro la Violenza sulle Donne del 25 novembre. Affinché le storie che raccontiamo e le riflessioni che facciamo non servano solo a documentare una tragedia ma, soprattutto, a testimoniare la resilienza straordinaria di chi ha scelto, nonostante le difficoltà, di continuare a vivere. Di rialzarsi e di affermare che la propria dignità e la propria libertà non sono mai state negoziabili.
1522, una voce di speranza
Partiamo da un fatto, perché dopotutto anche i numeri contano. Partiamo dunque dai numeri.
Nel corso del 2025 il numero verde 1522, punto di riferimento nazionale per le vittime di violenza e stalking, ha registrato un aumento esponenziale delle richieste di aiuto. Solo nei primi nove mesi dell’anno sono arrivate quasi 48.000 chiamate, chat o messaggi, con un incremento del 57% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Un dato che segna un cambiamento cruciale: sempre più donne trovano il coraggio di denunciare. Di chiedere supporto e di reclamare uno spazio dove poter essere ascoltate senza giudizio. Questo non è dunque solo un allarme ma, rispetto al passato anche più recente, una vera e propria luce di speranza. Una piccola, microscopica conquista, che non è certo abbastanza ma che segna un primo passo verso un’alba che si spera sempre più rosea.
Il 1522 è un servizio pubblico promosso dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le Pari Opportunità.
Il numero è gratuito (sia dal telefono fisso che da tutti i cellulari) e attivo 24 ore su 24. Rispondono alle chiamate operatrici specializzate. Puoi anche chattare con il 1522 in modo assolutamente anonimo collegandoti al sito 1522.eu
Centri antiviolenza: D.i.Re
Tra le associazioni nazionali più rilevanti e più attive per la difesa delle donne vittime di violenza rientra certamente D.i.Re – Donne in Rete contro la Violenza. Stiamo parlando di un’associazione di fondamentale importanza, composta da decine di centri antiviolenza e case rifugio in tutta Italia, in grado di accogliere più di 23.851 donne solo nel 2024, di cui 16.350 per la prima volta.
Ad oggi D.i.Re è formata e sostenuta da oltre 88 organizzatori su territorio italiano, con all’appello ben 118 centri antiviolenza e più di 60 case rifugio. Costituitasi formalmente il 29 settembre 2008, dopo 30 anni di attività informale sul territorio nazionale tra centri antiviolenza non istituzionali gestiti da donne, già nel 2006 D.i.Re coinvolge 57 organizzazioni locali, che redigono la Carta della Rete Nazionale dei Centri antiviolenza e delle Case delle donne. Vero documento politico, questo ha preceduto l’elaborazione dello statuto che sta alla base della costituzione formale della Rete.
Oggi più che mai l’associazione basa il proprio operato sull’esperienza delle realtà locali con scopo un’azione politica mirata, che sappia promuovere il cambiamento culturale fondamentale per il contrasto e il superamento della violenza sulle donne.
Anche per questo le azioni di D.i.Re sono e continuano ad essere orientate a rendere visibile il fenomeno della violenza maschile sulle donne, modificando nella società la percezione della sua entità e gravità per collocarlo tra i crimini contro l’umanità. Tra le azioni concrete che ogni giorno l’associazione mette in atto rientrano la visibilità della metodologia e dell’attività dei Centri antiviolenza presenti sul territorio nazionale, le iniziative per diffondere conoscenza sul fenomeno della violenza e, non da meno, i progetti di ricerca in un’ottica di riflessione sulle esperienze e di formazione continua e diffusa per i Centri e per il territorio.
Anche grazie al quotidiano operato dei centri antiviolenza, il 2025 segna un importantissimo trend in crescita, nonostante le continue ed immancabili difficoltà strutturali.
Secondo i dati ANSA, infatti, si stima che entro fine anno il totale delle donne accolte possa addirittura incrementarsi del +14% rispetto al 2024.
Anche da questo punto di vista è necessario dunque sottolineare un secondo importantissimo fatto: che ogni donna che entra in un centro non è solo un numero.
Al contrario, stiamo parlando invece di un’anima persa, a cui qualcuno ha volutamente tarpato le ali. E che per questo è stata accolta, protetta, incoraggiata. Una donna che dove non c’era speranza ha trovato comunque mani tese pronte a sorreggerla, oltre a competenza e percorsi concreti.
Per quanto possa apparire complicato, rivolgersi dunque ad un centro antiviolenza è un vero atto di rivoluzione del quale andare fiere.
Le dimensioni della violenza
Sempre dai report ufficiali di D.i.Re emerge purtroppo una realtà più dolorosa, radicata e stratificata. Nel loro ultimo report annuale, infatti, si legge che quasi l’82.2% delle donne accolte denuncia violenza psicologica, mentre il 56.6% subisce violenza fisica e il 34.6% denuncia violenza economica.
Queste violenze apparentemente invisibili sono spesso però le più insidiose. Passano attraverso controlli, manipolazioni, ricatti e, non da meno, attraverso il denaro utilizzato come arma. Atti vili che inizialmente potrebbero essere interpretati come altro, come attenzione amorosa, come un prendersi cura — ma che in realtà tradiscono un malato desiderio di controllo che nulla ha a che fare con la bontà e l’amore ma che punta solo alla costrizione. Al pretendere il potere di decidere della vita dell’altro con arroganza e meschinità. Una violenza che non lascia cicatrici fisiche ma che perpetra dolore e si nutre di profonde ferite nell’anima.
Eppure — e qui sta la grande lezione — molte donne scelgono comunque di non sottomettersi. Scelgono di porre fine al silenzio. Donne da elogiare per il coraggio di aver rischiato una morte certa pur di salvarsi, pur di riconquistare una vita che non era più loro e, nella maggioranza dei casi, pur di difendere i figli nati da quell’amore che un tempo brillava e che poi si è rivelato un inferno.
Numeri che bruciano
I dati delle forze dell’ordine sono altrettanto allarmanti. Nei primi sei mesi del 2024 sono stati registrati 12.424 casi di violenza domestica, con un incremento del 5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Sul fronte femminicidi, anche se il numero è diminuito in alcuni report (117 donne uccise nel 2023 secondo la polizia), il problema resta gigantesco. Ogni volto, ogni nome, è un fallimento collettivo. Ogni morte è un mancante impegno morale della nostra società.
Il ritardo delle istituzioni
Eppure, nonostante leggi e legittime intenzioni, le istituzioni italiane fanno ancora troppo poco. La legge sul femminicidio e i reati collegati esiste ma la sua applicazione è spesso lenta, frammentata e inefficace. Molti procedimenti giudiziari si perdono tra burocrazia e inefficienze, molti ordini restrittivi arrivano quando ormai il danno è fatto. I centri antiviolenza continuano a mancare di fondi sufficienti per operare pienamente.
Le donne che cercano protezione si scontrano spesso con un sistema giudiziario che non le tutela davvero. Mancano percorsi di sostegno psicologico efficaci e la scarsità di strumenti concreti per garantire autonomia economica rende difficile la ricostruzione delle loro vite. Questo non è un dettaglio tecnico: ha conseguenze sulla vita reale delle donne, lasciandole vulnerabili e spesso costrette a convivere con la violenza.
In Italia la lotta alla violenza di genere resta frammentaria e insufficiente. Le leggi esistono ma troppo spesso non funzionano davvero. La società deve pretendere responsabilità dalle istituzioni quanto dai singoli cittadini, perché non basta scrivere norme, occorre che queste producano sicurezza concreta, tempestiva e reale.
La legge non basta
Certo la legge è estremamente importante. Ma da sola non basta.
Serve infatti una rivoluzione profonda. Nel modo in cui consideriamo le relazioni, il potere, la libertà. Nel modo in cui consideriamo la figura della Donna in quanto tale. Nel modo in cui insegniamo alle nostre figlie e ai nostri figli cosa significhi davvero amare. Cosa significhi rispettare chiunque si incontri sul proprio cammino.
Cosa significhi un NO.
Cosa significhi essere umani e non oggetti da possedere.
Serve educare ad una cultura del rispetto. Serve farlo a partire dalle famiglie, poi dai media e dalle scuole. Serve che ogni comunità comprenda che proteggere una donna non è un privilegio ma un dovere. Serve che dire BASTA non venga più considerato mero atto isolato di coraggio, ma il minimo indispensabile che ogni società degna di questo nome può garantire.
L’incredibile forza delle donne: rialzarsi anche quando tutto cade
E ora arrivo al cuore di questo articolo, ciò sul quale vorrei puntare i riflettori, soprattutto per le donne stesse. Per chi spesso corre il rischio di non amarsi abbastanza. Per chi cede il passo alla terribile idea che da sola non basta. Che da sola non si possa andare avanti e non si possa fare la differenza.
La verità è che noi Donne da sole possiamo essere tutto. Senza per forza aggrapparci ad una relazione violenta o ad un amore tossico che ci costringe. Perché noi contiamo — e lo so che potrebbe sembrare una semplice frase fatta, ma così non è. La forza femminile esiste — e so che molte donne ne sono consapevoli.
Mi preme, tuttavia, ricordarlo anche a chi crede di essersi persa per sempre. A chi non si guarda più allo specchio. A chi qualcuno ha imposto di non pensare. Di non parlare. Di non decidere. Di non sorridere. Di non indossare quell’abito. Di non mettere quel rossetto. Di non sedersi a quel banco. Di non parlare con quel ragazzo. Di farsi terra bruciata attorno.
Ed è qui che continuo a pregare che avvenga il Miracolo. Affinché la forza delle Donne torni a conquistare anche i cuori delle anime più spezzate. La stessa forza che sfugge ai dati delle istituzioni ma che vive — e sopravvive — nelle pieghe delle storie. Nei silenzi interrotti e nelle decisioni più coraggiose.
Noi Donne siamo forti. Molto più di quel che crediamo. Dobbiamo pretendere, seppur lottando, di essere anche libere. Di agire, di amare, di fare ciò che vogliamo. Di conquistare le vette più ardite, nonostante gli innumerevoli bastoni tra le ruote che la società stessa ci impone di dover superare e di combattere prima di arrivare alla meta.
Non credo si possa davvero comprendere fino in fondo, seppur volendo, ciò che ha vissuto, pensato e provato una donna vittima di violenza. Non se la violenza non ha sfiorato anche noi. Possiamo essere emotivamente coinvolte, generose e disponibili. Possiamo (anzi dovremmo tutti, indistintamente) porgere la mano a chi ne ha più bisogno e lottare anche per conto loro le medesime battaglie che magari la nostra amica, la nostra vicina di casa o quel volto che incontriamo per strada non riescono ad affrontare.
Pur essendo profondamente consapevole di non potermi davvero immedesimare fino in fondo a chi la violenza l’ha subita e magari la sta ancora subendo, mi permetto però di di esprimere comunque un pensiero che vorrei abbracciasse chiunque lo stia leggendo.
Le Donne tutte sono delle inarrestabili guerriere. Le Donne che sopravvivono alla violenza sono invece guerriere invisibili. Ma sono certa che con il supporto di tutti possano tornare ad emanare luce e speranza, trovando nel profondo del loro cuore il coraggio e il desiderio di reagire.
Le Donne che sopravvivono alla violenza sono delle guerriere incredibili. Le stesse che decidono di ricostruire la propria vita — e non sempre con l’aiuto di altri, ma il più delle volte partendo solo da se stesse. Perché il vero coraggio, la vera forza, la vera rivoluzione non sta certo nel non cadere mai, ma nel trovare la volontà di rialzarsi anche quando il mondo sembra averti voltato le spalle. Per poi riconoscere che il nostro valore non è misurato da quanto dipendiamo dagli altri. Per poi divenire il nostro stesso porto sicuro.
Ogni piccolo gesto di indipendenza — lasciare una relazione tossica, chiedere aiuto, parlar con le amiche, poi chiamare un centro antiviolenza, e finalmente tornare a studiare, a lavorare, a vestirsi con gli abiti e gli accessori che più amiamo, per tornare a sorridere e magari per tornare anche a riscoprire una bellezza e una passione che ci erano state negate — è una prima importantissima dichiarazione di libertà. E di amore nei confronti di noi stesse.
Se ho sbagliato, ti prego, perdonami
Per quanto possibile, vorrei abbracciare una ad una le Donne colpite da violenza nel corso dei secoli e ricordar loro che la vita continua. Che la vita resiste. Che la vita ci permette di rinascere e di vincere ogni battaglia. Non sopravvivere, ma vivere davvero, scegliendo di rifiorire, con tutto il nostro coraggio.
Non voglio cadere nel banale — anche per questo ho riletto questo articolo più e più volte, continuando a modificare paragrafi, a tagliare frasi. Per non sembrare ridondante. Per non apparire agli occhi delle Donne stesse una semplice ragazzina che scrive pensieri inauditi, senza capire davvero quanto sia difficile andarsene da quello che consideravi un porto sicuro perché ora è divenuto solo terrore.
Ho però riflettuto a lungo e ho pensato che, in ogni caso, sia sempre meglio parlare. Sia sempre meglio far rumore piuttosto che chiudersi nella paura di sbagliare i gesti o i toni, e non fare niente.
Dunque, stavolta mi rivolgo direttamente a te. A te che stai leggendo e forse la violenza l’hai provata in prima persona. Perdonami se posso esserti sembrata inopportuna. Scusami se, nonostante la mia buona volontà, posso aver scritto parole che in qualche modo ti hanno irritata. Volevo solo ricordarti che tu vali. Che noi valiamo. E che possiamo brancolare nel buio e nel dolore per anni, ma poi risorgere dalle nostre ceneri come la più preziosa delle Fenici.
Se hai bisogno di aiuto, scrivimi. Chiama subito il 1522. Rivolgiti a D.i.Re, alle forze dell’ordine o anche soltanto a parenti, amici, amiche o conoscenti per iniziare.
Trova il coraggio di riaccendere la luce. Perché te lo meriti e io prego affinché tu possa tornare a splendere.

Scopri di più da Claudia Cabrini - Giornalista di Viaggi e Spettacolo
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