Arte come storia da raccontare

E se l’arte tornasse ad essere una storia da raccontare?

Nel sistema dell’arte contemporanea, l’opera è spesso chiamata a sostenere un peso che non le appartiene. Per essere compresa a pieno, fino in fondo, le è quasi dovuto spiegarsi, legittimarsi e soprattutto dimostrare. L’apparato critico precede così lo sguardo mentre il concetto anticipa l’esperienza e la cornice teorica diviene sempre più ingombrante dell’immagine stessa. In questo contesto, la dimensione narrativa — quella che per secoli ha reso l’arte un linguaggio condiviso, accessibile e memorabile — appare progressivamente marginalizzata.

Eppure, l’arte non nasce come esercizio di decodifica ma come mero atto di trasmissione. Raccontare, prima ancora che rappresentare, è stato il suo primo compito sin dagli esordi. Per dare forma all’invisibile, costruire senso, creare legami tra chi crea e chi guarda. Tornare allo storytelling non significherebbe dunque arretrare, ma riportare l’opera al centro di una relazione viva, emotiva e sempre più sensibile.

È proprio da questa consapevolezza che prende forma, a Parigi, L’Atelier des Rêves, galleria che non espone semplicemente oggetti artistici ma che intraprende un’esperienza narrativa unica nel suo genere. Rivendica l’arte come percorso interiore, come spazio in cui l’immagine ritrova il diritto di raccontare. E rafforza l’idea che lo storytelling sia sempre più necessario, davvero dappertutto.

Storytelling e arte contemporanea: un ritorno strutturale

Parlare oggi di storytelling nell’arte non equivale a invocare un ritorno nostalgico al figurativo o al racconto illustrativo. Al contrario, significa riconoscere che la narrazione è una struttura profonda, un dispositivo che consente all’opera di esistere nel tempo, di essere ricordata, interiorizzata e trasmessa.

Lo storytelling artistico non semplifica il linguaggio visivo ma bensì lo espande. Introduce, così, una dimensione di risonanza che permette allo spettatore di non limitarsi alla contemplazione ma di entrare in relazione con l’opera stessa.

Innumerevoli sono anche gli artisti e i creativi che sostengono che l’arte non abbia bisogno di spiegazioni. Che debba parlare al cuore e alla mente di ognuno di noi in modo libero e autonomo, affinché le emozioni di ognuno di noi prendano il sopravvento e l’arte stessa possa divenire ispiratrice di mondi a sé stanti, anche in base a chi le si stia avvicinando in quel preciso momento.

Tuttavia, credo che in questo senso una riflessione sulla narazzione di un’opera, non come accessorio ma come sorta di responsabilità estetica, sia quasi necessaria. A sua volta è sempre l’Atelier des Rêves di Parigi ad avermi portata ad un approfondimento di questo tipo; perché la galleria si colloca esattamente in questo spazio di riflessione, proponendo un modello alternativo di fruizione artistica ben lontano dalla neutralità espositiva classica e sempre più vicino ad una concezione dell’arte esperienziale e quotidiana.

L’Atelier des Rêves: una galleria d’arte a Parigi che costruisce mondi

Situata nel 14° arrondissement, nel cuore di un quartiere storicamente legato alla creazione artistica, L’Atelier des Rêves si distingue nel panorama delle gallerie parigine per una scelta precisa: non aderire ad una semplice tendenza ma ispirarsi alla costruzione di un intero universo.

Quadri ideati partendo dall’astrofisica convivono qui con creazioni artigianali in resina, racconti poetici e raccolte di poesie musicali. Ogni elemento diviene inesorabilmente parte di un insieme coerente, attraversato da un medesimo immaginario onirico, in cui la materia dialoga con la parola e la scienza incontra la poesia.

Attraverso la narrazione delle proprie opere e dei mondi a più livelli che le hanno ispirate, la gallera invita il visitatore a comporre il proprio percorso, in un accavallarsi di spartiti che possano riempisi di risonanze personali uniche.

Un’esperienza artistica immersiva tra immagine, parola e materia

Altra caratteristica preziosa de L’Atelier des Rêves è la sua esposizione, mai statica. Le opere infatti non vengono semplicemente disposte ma messe in relazione tra loro. Ogni quadro viene accompagnato da una poesia, creando un dittico visivo-letterario che amplia la possibilità di interpretazione senza guidarla rigidamente.

Le creazioni in resina realizzate artigianalmente introducono una dimensione tattile e temporale, raccontando il gesto, il processo e la lentezza. E ancora una volta i sensi vengono estasiati dalla bellezza poiché qui l’arte si guarda ma si legge anche, si ascolta e si attraversa, tornando ad essere protagonista di uno spazio vissuto.

Arte narrativa e giovani sguardi: educare alla sensibilità

Uno degli elementi più significativi del progetto è l’attenzione rivolta al pubblico più giovane. Dopotutto avvicinare i giovani all’arte è anche compito dei più grandi.

Qui la scienza torna in nostro aiuto, perché gli album di racconti poetici proposti dalla galleria si fondano su basi scientifiche reali che spaziano dai fenomeni naturali ai processi biologici, sino alle dinamiche ecologiche contemporanee. Lo scopo resta quello di intentare una prova coraggiosa: nutrire la curiosità e la sensibilità estetica anche di chi all’arte non è particolarmente avvezzo. Un approccio che riunisce le generazioni anche grazie ad un linguaggio comune fatto di immagini e parole.

Laura Rucinska e Franck Bénéteau: due percorsi, una visione

Alla base de L’Atelier des Rêves troviamo due figure complementari. La prima è quella di Laura Rucinska, artista polimorfa cresciuta in una famiglia di artisti polacchi. La sua firma attraversa da sempre i differenti linguaggi espressivi allietandosi tra disegno e poesia, passando poi dalla scenografia alla narrazione.

Franck Bénéteau, invece, è un artigiano-creatore. Nel suo bagaglio artistico culturale troviamo un desiderio di sapere rigoroso, maturato in oltre venticinque anni di lavoro con una clientela piuttosto esigente.

Proprio dalla loro collaborazione nasce il progetto dell’arte come narrazione, che, badate bene, differisce dalla mera spettacolarizzazione ma punta alla trasmissione. Un’arte pensata per durare nel tempo e nelle menti di ognuno di noi.

Quando l’arte torna a raccontare

Ed è sempre qui che mi permetto di porre in evidenza una mia ultima personalissima riflessione. In un panorama culturale saturo di immagini e accelerazioni, forse è proprio con esempi del calibro de L’Atelier des Rêves che possiamo davvero aspirare ad una forma di resistenza silenziosa dell’arte, dove tutto e le opere stesse in particolar modo ci invita a rallentare e ad ascoltare per poi saper raccontare.

Se è vero che l’arte è in continua evoluzione, almeno quanto continua ad esserlo anche la materia, è altresì vero che forse il futuro dell’arte non è ancora scritto. Possiamo però immaginare che in una società dell’effimero sempre più consumista sia proprio il valore di un racconto a continuare a farla da padrone. Mera illusione? Forse sì. O forse no.

Voglio continuare a sperare che il raccontare non venga mai interpretato come noioso accumulo di concetti ma piuttosto come la meravigliosa capacità delle parole di restituire un senso alla vita, come alle storie davvero capaci di esser vissute. E forse, se l’arte tornerà davvero ad essere una storia da raccontare, sarà anche perché luoghi come questo avranno dimostrato che le parole non sono mai un limite ma piuttosto una necessità.

Per una professionista che come me sogna di comunicare sin da quando è in fasce, questa non può essere che una gioiosa speranza.


Scopri di più da Claudia Cabrini - Giornalista di Viaggi e Spettacolo

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