Alle soglie della settantaseiesima edizione del Festival di Sanremo 2026, Ermal Meta presenta il brano con cui tornerà a calcare il palco dell’Ariston, Stella stellina. In una lunga chiacchierata all’insegna dell’introspezione e dell’impegno emotivo, il cantautore racconta genesi, significato e responsabilità artistica del suo pezzo in gara, confermando che si tratti di un progetto profondamente personale e al tempo stesso universale.
«Stella stellina parla di umanità, non di politica». Ed è proprio con questa frase che Meta ha voluto chiarire sin da subito il cuore del suo brano, che racconta «la brutalità dell’essere umano vista con gli occhi di una bambina» e che prende spunto dalla sofferenza di «una bambina di Gaza, senza nome, a rappresentazione di tutti i bambini innocenti colpiti dalla violenza».
Il ritorno di Ermal Meta al Festival di Sanremo 2026 ha dunque il volto di una ninna nanna che diventa denuncia poetica. Unico testo veramente impegnato in gara al Festival per quest’anno, Stella Stellina nasce in collaborazione con Dardust, dopo una lunga lavorazione intima e domestica di ogni tassello.
Una melodia nata in casa, davanti a sua figlia
La genesi del brano è infatti nata proprio tra le mura di casa: «Stavo suonando per mia figlia, inventando una melodia come fanno tanti genitori», spiega Ermal Meta. «Poco prima avevo visto immagini devastanti provenire da Gaza. Quelle immagini mi erano rimaste addosso. Così, quella melodia è diventata altro».
Da un momento privato nasce così una canzone che guarda al mondo: «Quando si parla di guerra si parla sempre di schieramenti, strategie, equilibri. Io volevo solo parlare di chi subisce. Dei bambini. Di chi non ha voce».
Il titolo richiama volutamente la dimensione della ninna nanna ma il contenuto è tutt’altro che consolatorio. «È un modo per proteggere, per rassicurare. Ma fuori da quella stanza il mondo non è rassicurante affatto». L’Artista precisa con particolare intenzione il suo volersi totalmente discostare dalla politica. Ermal Meta infatti puntualizza: «Definirla politica sarebbe ridurla. La politica dopotutto dovrebbe essere al servizio dell’uomo, non il contrario. Se definiamo questa canzone politica le facciamo un torto. La riduciamo».
L’intento del pezzo è dunque quello di invitarci ad ampliare lo sguardo: «Non mi interessa puntare il dito contro qualcuno. Mi interessa solo ricordare che ogni bambino che soffre è una sconfitta per tutti».
Un messaggio che attraversa il testo con immagini poetiche e mai retoriche, in perfetto equilibrio tra fragilità e denuncia.
Sonorità mediorientali e la collaborazione con Dardust
Anche dal punto di vista musicale Stella stellina si muove su coordinate evocative. La produzione, curata insieme a Dardust, incorpora infatti sonorità mediorientali e strumenti come l’oud, scelta perfettamente coerente con l’ambientazione emotiva del brano.
«Abbiamo cercato un suono che non fosse decorativo ma necessario», ha spiegato Meta. «Ogni elemento musicale doveva sostenere il racconto, non distrarlo».
Il risultato è inevitabilmente quello di una ballata intensa, di una carezza e di un pugno allo stomaco al contempo, dove le emozioni di ognuno rimangono sospese tra delicatezza e tensione, anche grazie ad un pezzo che punta tutto sulla forza del testo e dell’interpretazione.
Il palco dell’Ariston come “luogo sacro”
Anche per Ermal Meta tornare al Festival non equivale ad un gesto neutro ma bensì ad un rituale sacro. Alla sua quinta partecipazione a Sanremo, di cui una, ai suoi esordi, tra le Nuove Proposte nel 2016, Meta aggiunge: «L’Ariston è un luogo sacro. Va rispettato», anche se stavolta il peso è diverso. «Essere diventato padre cambia la prospettiva. Quando canti una storia che parla di bambini non puoi farlo con distacco. C’è un grado di responsabilità in più nel modo in cui vivi quella settimana».
Non è dunque la mera ricerca della vittoria a muovere la sua partecipazione: «Io voglio che questa canzone arrivi. Se poi arriverà anche un risultato, bene. Ma la priorità è essere fedele a quello che ho scritto».
«È il tempo di parlare dei figli di tutti»
Tra le frasi più significative pronunciate in conferenza stampa, una in particolar modo rimane nel cuore di ognuno e risuona come manifesto: «È il tempo di parlare dei figli di tutti».
Un’espressione che sintetizza benissimo il senso profondo di Stella stellina: non una storia individuale ma bensì collettiva. «Quella bambina senza nome rappresenta tutti i bambini innocenti travolti dalla violenza. Non appartiene a una bandiera. Appartiene all’umanità».
Eurovision Song Contest: apertura senza ossessioni
Inevitabile la domanda sull’eventuale approdo all’Eurovision Song Contest in caso di vittoria. Ermal Meta risponde senza esitazioni ma con grande equilibrio: «L’Eurovision è una vetrina straordinaria. Sarebbe un onore per me parteciparvi rappresentando l’Italia».
L’attenzione, tuttavia, rimane al presente: «Non sto pensando a quello al momento. Prima per me c’è Sanremo, prima c’è la responsabilità di portare questa canzone sul palco dell’Ariston nel modo più vero possibile».
E aggiunge: «Se dovesse succedere non cambierei nulla per renderla più internazionale. L’universalità non credo stia nella lingua o nell’arrangiamento ma nel messaggio. E questo messaggio è già di per sé universale».
Perché, come chiude lo stesso Meta sul finale, «La musica non cambia il mondo, ma può cambiare il modo in cui lo guardiamo».
In questa frase si condensa con grande emozione il senso straordinario del suo ritorno a Sanremo. Non un atto strategico ma bensì una necessità espressiva tipica dell’Ermal Meta che siamo abituati a conoscere e che su civiltà, intelligenza, lungimiranza e rispetto rimane sempre il numero uno. Anche in musica. Stavolta con una canzone che chiede, prega, scongiura di essere ascoltata per quella che è. Oltre la classifica, oltre la polemica, oltre le etichette. Ma con un messaggio che potrebbe davvero muoverci tutti.
Scopri di più da Claudia Cabrini - Giornalista di Viaggi e Spettacolo
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