FUORIMELONE AL FUORISALONE

Una settimana un po’ “no” la si riconosce sempre, e senza troppe difficoltà, almeno da una cosa anzitutto: la voglia di fare. Perché è così: se sei felice l’energia non ti manca mai. Se tuttavia ti scontri con qualche ostacolo un po’ arduo da superare, allora sì, forse forse il sorriso non lo perdi ma lo conservi con più fatica, e con lui perdi anche quella cosa definita in modo sincerissimo ma certo poco elegante, “sbatti”.

Conferenze, incontri, scontri e addirittura scommesse. Ad animare il tutto, come se i miei giorni non fossero già abbastanza impegnati di loro, ci si è aggiunta anche la settimana del Design che, quasi peggio di quella della moda, ha il vizio di riempire di arte, colori e soprattutto… Di gente!, le strade di Milano città e dintorni. Ma ho voluto rigirare le difficoltà cercando di farle diventar punti a mio favore, anche stavolta. Come forse si dovrebbe fare sempre: rimboccarsi le maniche, incollarsi il sorriso sulla faccia e la positività – oltre che la determinazione – nel cuore, e andare avanti. Affrontare tutto, e tutti, che qui se pensano di sconfiggere una guerriera di 22 anni soltanto – e quindi con corazza e ossa super resistenti e certo ancora non pronte a mollare – si sbagliano di grosso.

Sono uscita di casa, tutti i giorni e tutte le sere. Volevo ricominciare a scrivere, per me. In borsetta pochissimo, giusto lo stretto necessario e, soprattutto, l’indispensabile: quadernino, penna e registratore.

A caccia di storie ci si va così, per caso e soprattutto a caso. Perché quello che devi davvero imparare è che la frase celeberrima di “Man in Black” che dice: “Noi non troviamo le notizie, sono le notizie che vengono a cercare noi” è poi verissima se si è dotati di un pizzico di curiosità e di attenzione. Magari una spruzzata di furbizia e di intelligenza, e il gioco è fatto.

Di personaggi strani ne ho infatti conosciuti parecchi. Poi ho anche incontrato chi, invece, per un motivo o per l’altro mi ha lasciato qualcosa. Ad esempio qualcosa da raccontare soprattutto, in modo ironico soprattutto.

Anzitutto cena di lavoro. Finisco relativamente presto, e certo non me lo aspettavo perciò che si fa?, perché questa è la vera domanda se ti resta tutta la serata ancora da sfruttare. Passeggiata per Brera con la coinquilina caschetto rosso numero 1, Carolina. Un drink, due chiacchiere, arriva la mezzanotte che è un piacere, ma – non scherziamo – mai a letto prima dell’alba, durante la design week milanese soprattutto. Non era previsto ma decidiamo di rincasare a piedi, che per noi e per nostra fortuna da Brera saranno 2 chilometri o poco più. Vediamo la discoteca The Club e ci chiediamo – perchè no – se magari l’ingresso gratuito per le signorine è previsto anche stavolta ma no, 15 euro o stai fuori quindi ciao e grazie, noi ce ne andiamo.

O, per lo meno, cerchiamo di farlo. Incontriamo due ragazzi – uno dei quali poliziotto. Si chiama “biondino sorridente”, e per sicurezza non aggiungo altro che sia mai che poi se la prendano con lui per tutto ciò che mi ha raccontato e, tra le altre cose, un dettaglio piccante: “Tu non ci crederai, ma ci son signore un po’… pazze. Chiamano al nostro centralino chiedendoci di intervenire perché gli hanno svaligiato casa, per poi farsi trovare sexy e truccatissime ad aspettarci”. Ok.

Proseguiamo la camminata verso casa e ovviamente gli incontri non sono affatto terminati. “Scusate, ragazze, sapete per caso dove possiamo trovar qualcosa da mangiare a quest’ora?”, tre ragazzi in camicia, sorridenti. A quanto pare, uno dei quali nemmeno tanto sconosciuto. Mi fissa – e io certo che no, non lo riconosco. “Io so chi sei. Claudia. Stronza”. Immaginatevi la scena, e soprattutto pensate a me che piango dal ridere. Ora sì, ricordo come si chiama e anche che ci siamo conosciuti in discoteca un paio di anni fa. Ciliegina sulla torta: gli ho sempre e solo dato buca. Controlliamo i rispettivi telefoni e abbiamo ancora l’uno il numero di cellulare dell’altro. Diventiamo amiconi, perché alla fin fine possiamo dire di conoscerci da anni. Scherzo, ovviamente, ma la cosa interessante è che ora lui è molto più carino, ed io molto meno stronza.

Carrefour aperto tutta notte in Principessa Clotilde. Un tizio con auricolare tattico stile Milanese più che Imbruttito e occhiali da vista spintona per superare e raggiunger gli scaffali prima di noi. Nel frattempo ovviamente parla anche al telefono quasi fosse in pausa di dieci minuti dall’ufficio con tanto di obbligo a farvi ritorno in 5 – peccato fosse più o meno in tuta, e alle 4 di notte. Non facciamo in tempo ad arrivare alle casse che attacca anche briga con la sicurezza del supermercato. Nello specifico, con il più alto e grosso di tutti. E anche con il più nero, letteralmente. “Oh ma che **** vuoi, [parolacce non ripetibili] guarda che io sono un pugile, sta attento altrimenti non sai che ti faccio” grida a tutto fiato – anche se essendo alto 140cm è un po’ difficile sentirlo.

“Le notti non finiscono all’alba nella via” canta Max Pezzali. Però, in effetti, se la via è quella che conduce a Piazza Gae Aulenti come nel nostro caso, il divertimento te lo ritrovi tra i piedi sempre. Che fatica!

Sono arrivata alla conclusione che, forse forse, chi dice donna dice danno, ma se le donne sono in due (io e la mia coinquilina, in questo caso) allora il danno è proprio certo. Anche ieri sera, infatti, le cose si sono fatte interessanti.

In ordine di apparenza: Moscova, Colonne, Darsena, Colonne. Pizza, pizza, colonne, pizza. Darsena. Mi spiego meglio.

Ordiniamo un cocktail a Moscova e uno dei camerieri comincia ad insultare. Ma, ci rassicura il cinesino proprietario del bar: “Tutto regolare. Il problema è che è Siciliano!”. Ok.

Gruppo di padri con tanto di pancetta da birra – età media 50 anni – si intestardisce e impunta per volerci scattare una foto. “Come vi chiamate? Ah, Claudia? Come mia figlia! Non è che tu ti chiami Chiara invece, come l’altra mia figlia?”. Inebetite, ciao babbi noi andiamo via.

In Colonne finalmente rivedo il mio miglior amico Manuél, che pensandoci bene era dalla mia Laurea a Novembre che non rivedevo. Ordine del momento: gossip. Ci aggiorniamo e brindiamo insieme, finalmente ci siamo riuniti. Ci accompagna poi alla metro, perché in teoria dovremmo tornar a casa. Peccato che ci sia venuta fame. Ovviamente le lancette scorrono e i locali chiudono. Da Porta Genova torniamo allora in Colonne di San Lorenzo e acquistiamo un trancio della pizza più buona di sempre. Lì, un ragazzo in non-ho-capito-quale-lingua-perché-tutti-ci-scambiano-per-straniere ci chiede di controllargli la bici mentre a sua volta entra in pizzeria ad acquistare qualcosa. Ci premia per l’attesa con una birra e mentre ci incamminiamo insieme direzione tram numero 9 per finalmente rincasare e concederci tra le braccia di Morfeo, conosciamo anche i suoi amici.

Un sommelier, molto giovane quanto esperto. Torna spesso in California dove, racconta, cerca di vendere il vino italiano. “Là il nostro Made in Italy tira tantissimo, bisogna saper vendere il nostro prodotto e valorizzarlo. Il nostro vino è molto buono, gli Americani lo adorano e a loro sembra di bere oro”. Riparte per Santa Barbara fra qualche settimana. “Mi faccio là altri tre mesi. Son molto di più le cose che ho imparato così, sul campo, che quelle studiate alla scuola per sommelier di Milano” spiega.

Poi uno spacciatore di finger-lime: no, niente droga, semplicemente un limone anche detto “caviale di limone” che oltre a essere molto buono è anche tanto pregiato quanto costoso, e viene dall’Australia. Viene così chiamato perché un pochino ricorda la forma di un dito (finger, in inglese) e perché il suo succo è contenuto in tanti piccoli “semini” che sembrano invece a tutti gli effetti caviale, solo di colore verde. Esiste però il finger-lime anche in altri “colori” e quindi con differenti tastes. Sta cercando di coltivarlo in Italia ma al momento è tutto un po’ sperimentale. Difficile ma non impossibile, e soprattutto è sempre bello scoprire un ragazzo di 22 anni con già sogni in grande.

E infine un po’ di skater. Acrobazie a filo Darsena alle 5 del mattino, con tanto di skateboard che quasi finisce in acqua, e con anche un paio di ginocchia a rischio sbucciatura.

Quando saliamo sul tram le voci si confondono e le lingue pure. Spagnoli, Catalani – e guai a chi li confonde -, Francesi e anche Tedeschi, oltre che Italiani ovviamente. Il FuoriSalone è multi-culturalità, e a Milano sarebbe bello fosse così (quasi) sempre.

Conosciamo, ultimo, un giovane di Catania. Non ci dice quanti anni abbia ma sicuramente siamo più o meno coetanei. A sua volta inizia a parlarci in Spagnolo, e di nuovo si stupisce quando scopre che io e Carolina siamo italiane. “Siete qui per la design week?” domanda, ‘che dopotutto in questi giorni è la frase delle frasi perché effettivamente la maggior parte di chi si incontra questa settimana è a Milano solo di passaggio. Frequenta l’Accademia Fiera Milano, della quale non conoscevo l’esistenza ma che, dai suoi racconti, sembra veramente interessante e bella. Ti insegnano infatti a lavorar in Fiera, e nella fattispecie a diventar il miglior “Fierista” possibile.

Stiamo per aprire il portone di casa, ma vivere vicino a Corso Como implica venditori di rose ovunque. Ne incontriamo due davvero simpatici, e che a loro volta stanno prendendo la via del ritorno per finalmente buttarsi a letto. Con uno di questi chiacchieriamo e soprattutto… cantiamo un motivetto anti-nanna.

“Rose rosse per te ho comprato stasera…”, effettivamente la canzone giusta per il lavoro giusto. Qui il video, che sono certa vi farà ridere ed emozionare quanto ha fatto divertire me e Carolina nel momento in cui abbiamo deciso di immortalare lo sketch. Lui si chiama Limon, o almeno così ci ha detto, e l’X-Factor ce l’ha proprio nel sangue.

 

 

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