NONOSTANTE TUTTO, NON VI ODIO.

Non voglio parlare di cose che non so, e nemmeno tirare in ballo materie che non mi competono o semplicemente cose più grandi di me. Voglio invece parlare di quello che so, che sento, che penso ogni giorno a proposito di tutti questi attacchi terroristici ovunque.

Il weekend del 12 Novembre sono partita per Nizza con la gioia nel cuore. Al fatto che qualche mese prima sulla Promenade des Anglais centinaia di persone da tutto il mondo fossero state letteralmente fatte a pezzi da un camion che a tutta velocità ha cercato come fosse un cecchino di schiacciare più pedoni possibili, non ci avevo nemmeno lontanamente pensato.

Badate bene: non me lo ero scordata affatto ma, volontariamente, non volevo pensarci. Non volevo rattristarmi e confidavo nel fatto che sperare in bene – come spesso si suol dire – e che “vivere pensando soltanto in positivo” mi avrebbe sicuramente aiutata a superare quei giorni a Nizza con l’idea di morte, ingiustizia e sofferenza molto lontane da me. Però non è andata esattamente in questo modo.

Perchè la realtà, il Vero della Vita, prima o poi ti salta addosso. E se tu non ci arrivi preparato, al fatto che prima o dopo con ciò che ti succede attorno tu ci debba fare i conti, questo ti salta addosso e ti fa cadere a gambe all’aria.

Come successo a me l’ultimo giorno di Nizza. Quando, passeggiando per una via nella quale mi ero persa senza minimamente pensare a dove stessi finendo, mi sono ritrovata in discesa verso il mare. A circa 50 metri da me, improvvisamente, un tuffo al cuore. Vi giuro che mi sono sentita mancare.

Una specie di templietto, aperto, a poca distanza dal bagnasciuga. Dapprima non capivo cosa fosse. In lontananza avevo scorto diversi peluche e striscioni colorati e in quell’esatto momento la mia mente era completamente altrove. Stavo canticchiando chissà cosa, giravo in camicia con soltanto un piccolo foulard al collo e sorridevo a chiunque incrociasse il mio sguardo. Ero felice.

Mi ricordo quel preciso istante come fosse ieri. La sensazione di impotenza. I brividi lungo la schiena. E poi le lacrime e i singhiozzi.

“Che fortuna! Quanti striscioni e palloncini, magari sono fan che tifano per il loro sportivo preferito” ho pensato per meno di mezzo secondo (in quei giorni a Nizza si correva la Lione-Nizza e in città erano arrivati decine di corridori da tutto il Paese). Poi, un lampo. Il cuore che batte all’impazzata e io che – davvero – mi sento svenire.

Mi sono sentita una stupida e “Ma sei cretina!?” mi sono gridata addosso.

Mi sono bloccata sulla rampa in discesa, ad una cinquantina di metri “dall’arrivo”. Mi sono chiesta più volte se volessi proseguire o cambiare strada, perché quell’orribile sensazione che già stavo sentendo si stesse impossessando di me, avrei voluto cacciarla via subito. Immediatamente.

Poi, però, ho anche pensato che sarebbe stato ingiusto semplicemente decidere di andarsene.

“Rimpiangerai di non aver detto almeno una preghiera” mi sono convinta. E così ho proseguito il cammino, un passo più pesante dell’altro. Il cuore che batteva all’impazzata e poi quella montagna di non-so-che che più mi avvicinavo e più prendeva una forma, un colore, un significato, un senso. Ho iniziato a singhiozzare come mai prima d’ora.

Ho sofferto di attacchi di panico in passato, e per questo mi sono imposta una respirazione controllata. Non volevo perdere il controllo, ma l’ho fatto. Ho perso il controllo. Ho iniziato a piangere come mai prima d’ora. Non avevo alcun fazzoletto e ricordo ancora quel signore asiatico, forse Giapponese, che me ne ha porto un pacchetto.

La mia mente è volata al Bataclan. Quel 14 o forse 15 Novembre notte, quando con i miei compagni di corso festeggiavamo in giro per Milano (e decisamente poco sobri) le nostre Lauree e quando al risveglio il pomeriggio dopo, la mia coinquilina in lacrime mi disse: “Stanotte c’è stato un attentato a Parigi”.

Perché, pensai, quei ragazzi morti in un Teatro, quei giovani e quelle famiglie uccise in un ristorante, potevamo essere io e i miei amici. Eravamo talmente felici e stupidi, quella sera, che se ci avessero sparato, a Milano, nemmeno ce ne saremmo accorti. Saremmo semplicemente morti, e per quanto triste possa essere scriverlo, lo sento altrettanto incredibilmente vero.

Così come tutte quelle vite spezzate a Nizza, in piena estate, con quei video amatoriali divenuti virali sulla rete nei quali ancora oggi si sentono grida e si intravedono movimento di camera bruschi che ti ricordano una cosa soltanto: che stai per morire.

Stasera ero felice. Proprio qualche ora fa ridevo con la mia coinquilina su come sia strano per me trovarmi a Milano per la seconda settimana di fila. “Non succedeva almeno dall’Ottobre 2015”, le ho detto e “Sì, hai assolutamente ragione” mi ha detto.

Viaggio, sempre, ovunque e moltissimo. Lo sanno tutti, lo sa chi mi segue e lo intuisce anche chi il mio profilo lo sbircia per pochi istanti soltanto, seppur per la prima volta.

Non penso mai a come possa andare a finire. A come uno dei miei viaggi nei quali io sono sempre da sola, io e il mondo, io e il mio zaino, io e tanti sconosciuti che immediatamente imparo a chiamare “nuovi amici”, a come io e soltanto io sia fragile.

Forse perchè, come canta Jovanotti, “non ci pensa mica un trapezista mentre vola a come va a finire”. Forse perchè mi auto-convinco sempre che se sei positiva tutto andrà bene. Poi però, a volte succedono stragi come quella di Parigi. Come quella di Nizza, e come quella di Berlino, stasera, che certo – al momento non possiamo chiamarla strage, ma se davvero la Polizia tedesca l’ha già definito “Attentato” possono anche esser soltanto 9 (al momento) le vittime, ma sempre di vite spezzate dal niente si tratta.

Ecco, non penso mai a quanto possa essere pericoloso o semplicemente rischioso fare quella piuttosto che quell’altra cosa. Spesso, però, penso ai miei amici. A quelli veri, a quelli senza i quali mi sentirei persa. A quegli Amici con la A maiuscola che proprio durante i miei viaggi imparo a conoscere e scopro, un giorno dopo l’altro, che poco importa da quanto vi conosciate, ciò che conta è che sai che ci saranno sempre per te come tu per loro.

Penso a dei volti. A quello di Giovanna che vive a San Paolo in Brasile e che fa la hostess sui voli internazionali, e che ho immediatamente chiamato su Skype non appena ho sentito dell’aereo precipitato proprio nel suo Paese qualche settimana fa. Penso a Renae che per quanto sia prudente viaggia sempre da sola – certo, come me – e dorme a casa di chi (cosa che faccio anche io) gli offre generosamente un divano gratuito sul quale passare le sue notti (Couchsurfing, è una cosa regolamentata non crediate).

Penso a tutte le volte in cui sei all’estero e inizi a condividere il tuo viaggio con i tuoi compagni di stanza in Ostello anche se vi conoscete da soltanto poche ore. Penso a cosa significhi essere straniero e non solo, essere all’estero ed esser comunque da solo. Comunicare in una lingua che non è tua, e magari sederti sulle gradinate di una Piazza e poi all’improvviso morire perché un Camion decide di interrompere i festeggiamenti entrando di bel netto e a tutto gas su di un mercato di Natale causando almeno 9 morti e 50 feriti come successo qualche ora fa a Berlino.

Non so che pensare di tutto ciò e come detto all’inizio non voglio parlare di cose che non mi competono o che semplicemente non conosco. So solo che ci sono misteri, come quello della Vita e quello della Morte, che nessuno può interpretare nè risolvere. So soltanto che sto scrivendo queste parole di getto, perché di getto avrei voluto aggiungerci un “CAZZO VI ODIO TUTTI PORCA PUTTANA!” dopo quei tre “basta!” scritti in maiuscolo sul mio post su Facebook di qualche minuto fa.

E proprio per questo, forse, ho iniziato a scrivere anche ora: per sfogarmi. Per tramutare il mio odio in qualcosa di diverso. In qualcosa di meno odioso e per credere che, forse forse, un domani senza attentati sia possibile.

Quando mi sono accorta di quel templietto di ferro battuto, a Nizza, del quale nemmeno si vedevano chiaramente i contorni da tanti peluche e fiori e quadri e striscioni ci fossero appesi, mi sono resa conto per la prima volta nella vita di quanto ami la mia famiglia, di quanto siamo fragili, di quanto il cuore di mia madre possa rompersi in mille pezzi ogni volta che non le rispondo ad un SMS e io sono all’estero da sola ed è ormai tardi e lei non sa come sto e nemmeno con chi sono. Mi sono resa conto per la prima volta, per davvero, che vorrei essere Clark Kent e vorrei aver il potere di far cessare tutto questo odio nel mondo e queste guerre e queste morti improvvise, ma mi sono resa anche conto che non è possibile e che forse, ancora per un po’, il male vincerà.

 

Mi sono resa conto di quanto valga sempre la pena di amare, vivere, gioire. E soprattutto perdonare. Perché se odiamo moriamo anche da vivi, ma se amiamo o se soffriamo o se piangiamo o se ci contorciamo dai dolori perché abbiamo appena perso un amico in un attentato o perché non ci spieghiamo il perché di tutta questa merda, ecco, comunque vada, non siamo ancora morti. Siamo vivi.

E non festeggiare la vita ogni giorno è in un insulto a tutti quelli che purtroppo la vita non ce l’hanno più.

Non so come concludere questo pezzo. L’ho scritto di getto e lo sto per pubblicare senza nemmeno averlo riletto, sto ancora piangendo e mi pizzica il naso ma va bene anche così. Vi abbraccio tutti. E nonostante tutto, non vi odio.

Buon Natale.

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