Berlin Ist Super

C’ho messo qualche giorno a realizzare che sì, qualcosa vi avrei dopotutto dovuto raccontare. Perché il mio difetto è proprio questo: con le cose belle faccio la parte del Diesel, e mi occorre sempre un po’ di tempo prima di carburare, prima di realizzare, di capire e di assemblare. Così come oggi ho deciso di cominciare ad unire, tassello dopo tassello, i ricordi e le emozioni provate nella mia settimana (poi inaspettatamente prolungatasi un po’) in Germania.

Sono partita la mattina dell’11 Gennaio con un cielo grigio sopra Milano, e per la verità con ancora la notte a farla da padrone. Non erano ancora le 7 a.m quando io e il mio super zaino color ciliegia abbiamo deciso di imbarcarci per una nuova avventura in solitaria. Cosa che più viaggio e più realizzo non sia nulla di straordinario (‘ché a tutti gli effetti di ragazzi e ragazze che viaggiano da soli come me ce ne sono a bizzeffe) ma bensì tuttavia qualcosa di molto speciale.

E così qualche ora più tardi sono atterrata, in Germania. Ma lo stupore mi aveva regalato emozioni già nel corso del viaggio, quel volo Ryanair tanto economico quanto efficente. Perchè proprio di fianco a me si è seduto Davies, un ragazzo nord-africano emigrato negli Stati Uniti d’America per realizzare il suo sogno più grande: diventare un cantante professionista. Ora abita nel North Carolina e frequenta il College: la Duke University per l’esattezza. E canta, insieme al suo coro Gospel, in giro per le città più importanti del mondo, passando anche per l’Europa, di tanto in tanto.

Stava partendo dall’Italia perché il loro tour era finito. I suoi amici e gli insegnanti che li accompagnavano erano tornati in America da qualche giorno, ma lui voleva viversi l’Europa da solo, ancora per un po’. Così ha pensato di prendere un biglietto e partire, via dall’Italia e da Firenze – dove con il suo coro ha cantato in tre chiese storiche differenti – pronto all’avventura a Berlino, la città che mai tace e che tutto può. Però, ahimè, ha anche fatto il passo (involontariamente) più lungo della gamba. Gli hanno rubato il portafogli la notte prima della partenza: “Ho letteralmente chiesto l’elemosina, stamattina in aeroporto. Non sapevo come pagarmi il check-in ma dovevo assolutamente partire” mi ha detto.

E poi nell’attesa del ritiro bagagli ho incontrato anche Elisa, di Treviso ma “emigrata” a Berlino da oramai qualche anno. “Che bello che viaggi da sola! Dev’essere un’esperienza unica, che non farebbe per me ma che sicuramente è da provare!” mi dice. Studia Lingue e Beni Culturali, nella capitale tedesca che dallo scorso 2012 la accoglie. “Ho trovato anche un lavoro, lì. Così riesco a pagarmi gli studi e a imparare un po’ il tedesco. Però è difficile: sono tutti troppo gentili a Berlino. Ogni volta che capiscono il mio tedesco sia più che maccheronico iniziano a parlarmi in Inglese per facilitarmi la conversazione. E io così quando la imparo la loro lingua?” scherza.

In aeroporto, io atterrata presso lo Schönefeld, tutto è in ordine, pulito, sistemato e organizzato a dovere. Wi-Fi libero pressoché ovunque, grande conquista per i viaggiatori a low-budget come me. Senza fatica comunico a casa che sono arrivata, e che non vedo l’ora di prender quel bus, quello che mi ero scritta sul palmo della mano per non dimenticarmene la dicitura, e arrivare al mio Hostello, nella mia città, nella mia Berlino finalmente.

I trasporti pubblici a Berlino funzionano benissimo. Sono un po’ cari, ma il gioco vale la candela. Se il cartello elettronico ti dice che il tuo treno arriverà in 5 minuti, probabilmente arriverà in 3. Non un ritardo, non un’incongruenza. Non nei miei giorni lì, per lo meno. Per quel che ho potuto constatare infatti, in Germania tutto funziona, e bene. E, cosa che consiglierei vivamente di copiare agli Italiani, i biglietti dell’autobus li può fare direttamente a bordo. Il guidatore, come in Inghilterra, oltre che di volante è anche dotato di una piccola cassa dalla quale stampa scontrini in continuazione.

“Scusi, stavo cercando di acquistare i biglietti per l’X7” dico all’Info-Point in biglietteria. La signora mi guarda stupita, sorridente e gentile ma con l’aria perplessa. “Ma cara, puoi direttamente acquistare il tuo biglietto sul bus” mi risponde. E allora rimango perplessa io, nella mia beata ignoranza da viaggiatrice che non si informa prima di partire per un più o meno lungo viaggio. “Davvero?” chiedo. E poi, non sto scherzando, aggiungo: “Wow, non esiste questa cosa qui, in Italia!”.

Il mio Hostello lo sento ad oggi quasi come casa mia, a Berlino. E se tornassi nella capitale tedesca so per certo farei tappa lì, in primis. Ne conosco ormai quasi ogni dettaglio, e mi ci sono ritrovata per 10 giorni come una bambina felice in un’abitazione tutta nuova. Si chiama GrandHostel Berlin e, davvero, lo consiglio a tutti. È senza dubbio l’Hostello più bello in cui sia mai stata. Pulitissimo e profumato, con fiori freschi e colorati ovunque,  diversi ogni mattina. Non esistono i letti a castello lì, per cui si dorme sempre e comunque senza ombra di dubbio comodi. Cocktail di benvenuto offerto dalla casa, infatti ho sorseggiato una birra alle 11 della mattina. Doppio cuscino per riposare rialzati nel caso lo si desideri, e caramellina sul comodino che pur essendo un dettaglio banale ti fa comunque sentire ancor più che benvenuto.
Si trova alla fermata della metro Möckernbrücke, il GrandHostel, e per questo è ben connesso a tutta la città. Per Möckernbrücke, infatti, ci passano le linee della metropolitana U1 e U7 (dove la U sta per il loro modo di chiamare le cose: U-Bahn) e in poco più di 10 minuti a piedi si arriva comodi al centro città. È più che economico e il suo Staff è più che cordiale, sempre disponibile e divertentissimo, e parla praticamente ogni lingua si desideri. Una ragazza Russa, un Francese, un paio di Portoghesi, qualche Tedesco, e perfino un Italiano, Dario, che mi ha aiutata e non poco in quei giorni, dandomi informazioni utilissime sul dove mangiare, ballare, bere, o divertirsi e sul come, quando e cosa visitare soprattutto. Se quindi il vostro è un Inglese maccheronico nessun problema: si parla Italiano anche al GrandHostel, e nel caso fosse assente Dario, mi dicono, il francese dello Staff, Jérôme, pare stia facendo pratica sul come parlare la nostra lingua bella a suon di canzoni pop Italiane più o meno recenti.

Visitare Berlino è davvero semplice. Le attrazioni più o meno storiche e i punti di interesse più famosi sono sparsi per la città intera e non invece racchiusi soltanto in una zona specifica. Questo ti permette di scoprire ogni angolo della città rendendoti conto che (va bene, questo è un parere personale) la bellezza lì sta proprio ovunque. Personalmente adoro camminare, anche tanto e magari anche sotto la pioggia. Per questo non ho praticamente mai utilizzato i mezzi pubblici se non ad orari improponibili, come la notte fonda o il mattino all’alba. Però vi dico che in metro Berlino la visitate tutta, senza prendere troppo freddo e senza nemmeno impiegarci troppo. Ma anche a piedi non è difficilissimo. Certo un po’ di tempo vi occorre, ma se doveste averne poco, da spendere in una sola città come quella, non lasciatevi intimorire. Se davvero vi andasse, probabilmente in un massimo di 4 giorni – piuttosto frenetici – avreste visto ogni cosa.

Se possedete anche voi le ID card dell’Università, per altro, (o sì, di qualsiasi scuola ve ne abbia fornita una, per dire) non dimenticatevi di tenervele strette. A Berlino infatti sono moltissimi – se non probabilmente tutti – i Musei e le Chiese Storiche che fanno sconti agli studenti sul biglietto d’ingresso. E in Germania non si transige: per quanto tu possa apparire sbarbatello (o comunque palesemente uno studente poiché magari anche minorenne) se non hai la tessera che dimostra tu stia ancora studiando paghi il biglietto senza alcuna riduzione. Moltissimi, invece, i casi in cui i minori di 14 anni entrano addirittura gratuitamente.

Da non perdere il Parlamento di Berlino, dove tuttavia c’è l’obbligo di prenotazione con tre giorni di anticipo. L’ingresso lì è gratuito, e ti permette anche di salire fino in alto, sulla cupola di cristallo del palazzo, dalla quale è possibile veder tutta la città e rimaner senza fiato. Nel caso non abbiate il tempo materiale per visitarlo all’interno, andate comunque a dargli un occhiata da fuori. Lì vicino troverete anche il Brandenburg Gate, nella Pariser Platz, meta irrinunciabile per ogni viaggiatore a Berlino che si rispetti. Ma anche di questo parleremo nel prossimo post.

Veramente speciale il Museo Ebraico, 7 euro di ingresso o 5 se biglietto ridotto per gli studenti. Me lo aspettavo come un grande memoriale a sfondo “Nazismo e Shoah”, ma è invece molto di più. Racconta in modo divertente ma mai banale tutta la cultura ebraica che a me era più che sconosciuta. Molto tecnologico al suo interno, e dal design particolare ma irrinunciabile, il Jewish Museum è un must di Berlino. Non puoi dimenticarti di andarci, devi visitarlo punto e basta. Tra le altre cose proprio lì ne ho imparata una davvero bella: gli Ebrei, nelle loro cerimonie nuziali, calpestano un bicchiere di cristallo e questo già lo sapevo. Ma non ne comprendevo il motivo, che invece merita di essere saputo: quello è infatti il simbolo della fragilità. Perché il vetro sottile del calice da spumante si rompe senza troppa fatica. Ma l’amore vero, e il matrimonio, le fragilità le spazzano via per sempre, e così il cristallo va rotto, perché sarà proprio quella l’ultima cosa che andrà in frantumi nella nuova vita di coppia.

E poi per la prima volta ho anche conosciuto dei ragazzi ebrei, al mio Hostello. Due Americani e un Israeliano, di Tel Aviv. E mi hanno raccontato del loro compleanno strano, quello che si chiama Bar Mitzvah e che li fa a tutti gli effetti entrare nella comunità ebraica come adulti. E uno di loro mi ha anche fatto vedere le foto, di lui a 13 anni con la “papalina” in testa che però in realtà si chiama Kippah (anche detta Kippa o Kipa).

Per me Berlino è stata anche questo: conoscere persone, tante, di ogni nazionalità e dalla cultura diversissima dalla mia. Scriverò a breve un post soltanto su di loro, su tutti loro che mi hanno accompagnata in questa avventura che doveva durare 6 giorni ma che ne è durata quasi il doppio proprio perché tutti insieme abbiamo deciso di restare per più tempo. E poi vi racconterò anche di cosa si prova a visitare il Duomo di Berlino, e di quanto sia bello prendere il taxi per tornare a casa dalla discoteca perché lì la tassa fissa non parte da 11 euro come qui, a Milano. E poi vi farò un elenco di ciò che dovete assolutamente mangiare e di ciò che dovete visitare e che non potete perdervi per nulla al mondo se volete davvero conoscere e capire cosa significhi vivere (10 giorni) a Berlino.

Per ora, però, concludo qui il primo di una lunga serie di mini-racconti su quello che è stato il mio ultimo viaggio. Ma voi, mi raccomando, non perdetevi d’animo. Continuate a seguirmi perché mentre pubblico questo post, lasciatemi dire che sto già lavorando al prossimo.

Perché dopotutto il bello del viaggio è proprio questo: che ti cambia, e ti riporta irrimediabilmente da dove sei venuto. A casa.

E la cosa bella dell’esser ritornata a casa, è che puoi condividere i tuoi cambiamenti con chi ti sta attorno, e regalare la tua felicità anche a loro.

E io, anche stavolta, sono prontissima a farlo. Da ora.

Che si inizi.

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