Lontano non è mai abbastanza

“La vertigine non è paura di cadere”, canta il mio amico Lorenzo Cherubini. Il Jova ci ha sempre saputo fare, con i colori, la musica e le poesie. E continua a raccontare con semplice maestria la realtà un po’ più complicata di ognuno di noi.

Stamattina mi sono svegliata felice, perché è Domenica e domani – finalmente – ricomincio a lavorare a tempo pieno, che mi mancava perché dopotutto va bene il relax ma se troppo mi stanca. Ho bisogno, necessito quasi quanto dell’ossigeno, anche di una certa frenesia, nella mia vita. Un’iperattività, insomma, che per forza di cose deve essere per lo meno data da un’agenda pienissima e ricca di spunti oltre che di impegni, e di obiettivi da realizzare e da mete da raggiungere ‘che sognare in grande non è mai abbastanza. Poi ci pensa il caffè, amaro e magari aromatizzato alla cannella come piace tanto a me, ad aiutarmi nelle imprese più ardue. Qualche tazza di prima mattina, ovviamente the nero bollente anche nel pomeriggio, per poi tornare alla caffeina verso sera, quando il tramonto è lì lì pronto a dirti ciao, e tu ti devi arrangiare per il resto del giorno, a concludere quanto ancora ti manca da fare prima di poter riposar qualche ora, e risvegliarti il mattino dopo.

Però stamattina non c’era il sole, qui a Milano. E per una ragazza meteoropatica come me, che ci crediate oppure no, il fatto che il cielo sia coperto è una sfida veramente ardua da affrontare. Ho pensato, infatti, a dove vorrei veramente essere ora. E, chi mi conosce lo sa, da inizio anno a questa parte la risposta è sempre e solo una: Berlino, il mio paradiso in terra dove ogni strada mi sembra porti fino alle stelle, e dove ogni angolo – a Gennaio quando nella capitale Tedesca ci sono stata, per la prima ma non ultima volta – è bianco per la neve candida capace di illuminare qualsiasi giornata, e anche magari il sorriso più spento. Berlino è per me la mia casa pur essendoci stata pochi giorni soltanto, due settimane e niente più. E quando penso all’idea di tornare là, anche solo per qualche ora, non riesco a trattenere il buonumore. Quasi una pillola per il benessere, per la serenità insomma. Se penso a Berlino penso alla felicità.

Però mi sono domandata, davvero, come mai ogni tanto mi capiti di fantasticare e di voler schioccare le dita per vedere se davvero Harry Potter e Dobby mi abbiano insegnato correttamente, negli anni. Perché a Dobby è sempre bastato pochissimo: occhi socchiusi, pollice e medio che si incontrano e sfiorano appena, e poi un sonoro “clac”. Via, scomparso, finito chissà dove con chissà quale intenzione. Vorrei fosse possibile anche a me, ogni tanto. Vorrei poterci mettere un secondo appena per abbandonar tutto e tutti e ritrovarmi sulla porta del Grand Hostel Berlin che, inutile negarlo, è diventata per me la mia casa tedesca a tutti gli effetti. E poi vorrei perdermi per le varie strade fredde, ma colorate, e riscaldate dai passanti che ti sorridono appena incrociano il tuo sguardo, o che ti domandano – in inglese – se hai bisogno di qualcosa perché effettivamente la cartina che tieni in mano non ti sta aiutando troppo. Ecco, vorrei tornar là e non pensare più a niente e qui, proprio qui, arriva allora la risposta alla mia domanda.

“E non pensar più a niente”. Dunque, altra domanda. Viaggio per dimenticare? No, mai fatto e forse mai lo farò. Anche se la scorsa estate, a Napoli prima e in Costiera Amalfitana poi sì, ecco, sì lì ci ero andata, volutamente, e da sola, e in Hostello con soltanto uno zainetto piccolo sulle spalle, proprio per questo motivo. Per dimenticare dei mesi brutti che mi avevano buttata a terra e che con fatica mi avevano fatta ricredere in me. Perché ero depressa, e per davvero, e non mangiavo quasi più ed ero triste e pensavo che io Claudia non valessi nulla e che avessi completamente meritato tutto quanto mi fosse successo. E il viaggio mi ha salvata, ma sul serio.

E poi Ryan e Renae e lo yoga, e la meditazione, e Umut e il confronto con una realtà che sempre avevo osservato da lontano ma che mai avevo creduto di amare così profondamente: quella dell’incontro con persone da tutto il mondo, quasi uno scambio interculturale “auotonomo” che ti fa capire quanto nulla sia impossibile e quanto l’umanità alla fin fine sia buona, e coesa. Quell’essere amico dopo una settimana di convivenza soltanto, ma amico sul serio ‘che io posso contar su di te se mai ne avessi bisogno e tu idem, chiamami quando vuoi.

Ho ricominciato a vivere, e in modo totalmente diverso e sono cambiata e ad oggi, ammetto, mi considero totalmente differente e perché no, addirittura migliore.

Allora perché, mi chiedo di nuovo, stamattina ho pensato di andarmene e di scappare – termine forte che utilizzo poiché sincero – da tutti e da tutto, per qualche giorno? Anche in questo caso la risposta è presto detta, e io già la so ma per ora la tengo per me, ‘che l’importante è capirsi prima di farsi capire. So che in ogni caso Berlino mi farebbe tanto bene, al cuore soprattutto. Ma che scappare viaggiando è un’idea da ignoranti, nel senso più antico del termine, ossia del “non-sapere”. Perché puoi pensarlo solo se non sai cosa sia il viaggio, ‘che scappare viaggiando è proprio impossibile.

Sorrido e torna il sereno, dentro di me, e continuo un pochino ad essere nostalgica di alcuni momenti che vorrei rivivere ogni giorno, anche adesso, ma con alla mente una consapevolezza in più rispetto a qualche ora fa: che lontano non è mai abbastanza.

Puoi viaggiare quanto vuoi, puoi cercare di scappare da te e dagli altri e dal mondo, ma non correrai mai più veloce del tuo destino. La vera te, con pregi, difetti, errori e certezze, continuerà imperterrita a sbucar fuori, quando meno te lo aspetti e quando meno lo desideri soprattutto. Che viaggiare, alla fin fine, non è davvero una corsa verso l’inaspettato ma forse un abbraccio a ciò che tu sei o diventerai. Perché quando parti, con uno zaino sulle spalle o una valigia sotto braccio, non sai certo cosa ti attenderà nelle prossime ore, nei prossimi giorni o cose così. Ma quello di cui non puoi dubitare, è che da quei giorni “out” tornerai cambiato.

E così vi volevo scrivere, queste troppe righe e troppe emozioni. Per dirvi che il mio amico Lorenzo Cherubini ha cantato anche questo, e mai frase fu più vera: “Cosa pensa il trapezista mentre vola? Non ci pensa mica a come va a finire”.

E Jova ha ragione perché dopotutto credo lontano non sia mai abbastanza. Puoi correre quanto vuoi, dove vuoi, per quanto tempo vuoi, ma dovrai sempre e comunque scontrarti con la realtà e l’idea magari conservata in partenza, quella del “non penso più a niente e nessuno”, scoprirai essere la più sbagliata di sempre. Anche l’estate scorsa, infatti, avrei voluto scappare da tutti e rifugiarmi in mezzo ad una camera in Hostello zeppa di sconosciuti, a Napoli e dintorni, per scoprire da sola quante cose belle potesse ancora riservarmi il Sud Italia e il mio futuro soprattutto.

Ma le cose sono andate diversamente. Ho pensato più che non mai, ho iniziato a capire cosa davvero volevo dalla mia vita e chi, invece, non volevo più rivedere o ri-amare, mai più. E poi ho imparato tanto, da chiunque mi abbia rivolto parola, e sempre chiedendomi “Cosa faccio io qui?” ma nel senso più bello che si possa intendere: quello del non scordar mai che anche quella è realtà, e che per viverti un viaggio non puoi non far i conti con chi veramente vorresti essere, una volta tornata a casa soprattutto.

E allora stamattina sognavo di poter schioccare le dita e finire a Berlino perché la felicità talvolta rende vulnerabili. E forse, chi mi conosce bene lo sa, perché per me è ancora difficilissimo accettare che alcuni miei pensieri e sentimenti siano tanto palesi da poter esser letti da chiunque, soltanto guardandomi negli occhi, ad esempio. ‘Che io sono tanto estroversa e solare quanto riservata e timida, ‘che poi quello che davvero provo non lo sa mai nessuno e per questo a volte anche la mia famiglia mi ama “to the sun and stars” ma non sempre mi capisce.

Lontano non è mai abbastanza, e allora in questo momento precisissimo non sto più sognando ad occhi aperti di risvegliarmi nella Alexanderplatz Berlinese ma piuttosto sì, di tornarci appena posso perché ancora molte sono le cose che di me e della mia vita voglio capire.

Il mio zaino è sempre piccolo, i vestiti di ricambio pochi, i trucchi e gli accessori al seguito quasi inesistenti. Ma tutto ciò che è astratto, ed è tantissimo, mi segue ovunque io sia e si ingigantisce ad ogni passo aggiunto, ad ogni mano nella mano in più, ad ogni abbraccio sincero, ad ogni birra in compagnia, ad ogni bacio sfuggente, ad ogni incontro e ad ogni respiro in ogni secondo, semplicemente.

 

“Ogni cosa è illuminata, e non sento più il bisogno di soffrire”. Ora.

 

 

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2 risposte a “Lontano non è mai abbastanza

    • Hallo, Rafael! Thank you very much for your special comment. I’m still studying German so I understood but I don’t know how to properly reply you, and it’s so funny. Isn’t it? You’re a wonderful friend, too and I’m so lucky to have met you while in Berlin. Hope to see you soon, wherever in the world. Ich liebe dich ❤

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