La Bretagna mi ha riportata a casa.

 

Sono ben due le bozze di articoli introduttivi ai miei giorni in Bretagna sulle quali mi sto impegnando da almeno 72 ore. Mai successo prima che un articolo mi costasse così tanto, ma c’è sempre una prima volta dopotutto.

Anche se, c’è da dirlo, forse primissima volta questa non è. Succede sempre così: meno ti aspetti da un viaggio, più questo viaggio ti cambia. Ti colpisce, ti forma, ti insegna. E ogni qualvolta questo cambiamento accade, io reagisco chiudendomi a guscio.

Le primissime ore che seguono l’esser rincasata da un viaggio, mi vedono entusiasta e all’apice di ogni felicità immaginabile. Poi, lentamente, l’euforia cala. Scende la stanchezza e arriva anche un po’ di grigio nel cuore. Mi convinco a credere che dopotutto ogni viaggio ha la sua fine, e che non ha razionalmente il benché minimo senso lasciarsi prendere da questa sottospecie di depressione. Rifuggo ogni cattivo pensiero e malumore, nel fare.

Impegnando la mia giornata fino all’ultimo centesimo di secondo scaccio – o per lo meno ci provo – le idee malsane che rovinano ogni ritorno, e cerco di gioire di tutto ciò che ho appreso viaggiando. Ma è difficile, e solitamente – indipendentemente da qualsiasi cosa tu cerchi di fare – è questo un processo che non se ne va, che riaccade ogni volta, e dal quale tu non puoi veramente fuggire. Si chiama “depressione del viaggiatore” e ad alcune persone dura per mesi interi. A me, fino ad oggi, è sempre durata 2 giorni soltanto (e per quanto mi riguarda sono già anche troppi).

Così, due giorni di mezza depressione dopo, torno felice alla mia vita di tutti i giorni. Con molte, moltissime consapevolezze aggiunte, con tante nuove cose imparate e con – finalmente e soprattutto – la voglia di tornare a scrivere di tutto ciò che in Bretagna (e un pochino anche in Normandia) ho vissuto.

Anzitutto, i Francesi non sono cattivi.

O per lo meno non lo sono affatto quelli che ho conosciuto io anche se, so che vorrebbero che lo sottolineassi, loro più che altro erano Bretoni (come i Trentini che spesse volte non si sentono poi Italianissimi, insomma) e questo sicuramente fa la differenza.
Sì perché la Bretagna è una terra di gente normale: umile e generosa, pronta ad accoglierti e ad offrirti un pasto caldo, oppure un passaggio, o una gita fuori porta anche se non ti conosce affatto.

Sono partita per la Bretagna senza saper bene cosa aspettarmi. Non riuscivo ad immaginare cosa sarebbe potuto capitarmi a Rennes, o a Saint Malo o chissà dove. Sapevo solo due cose: che avrei dovuto affrontare quasi 20 ore di viaggio, e che mi avrebbero ospitata dei miei amici nei quali confidavo ciecamente.

Avevo tuttavia la paura di non trovare chi sarebbe stato capace di apprezzarmi davvero, perché nonostante io sappia parlare anche il Francese, è però l’Inglese la mia punta di diamante e in Francia lo capiscono in pochi. Temevo agli amici dei miei amici non sarei piaciuta, e già mi immaginavo scene imbarazzanti in cui questi avrebbero potuto parlar male di me convintissimi che io non avessi compreso le loro frecciatine. Voglio dire, a priori li giudicavo proprio male!

E invece.

E invece la prima sera abbiamo organizzato una grigliata in terrazza. Tutti amici da una vita più io – l’imbucata italiana che non parla bene la loro lingua ma che passerà una settimana in loro compagnia.
Inutile dire che anche stavolta non mi sia mai – e dico mai – sentita così tanto a casa mia.

Ogni ragazza incontrata, ogni persona conosciuta quella sera, mi è rimasta nel cuore perché curiosa di domande, affascinata dalle mie avventure, interessata ai miei viaggi in giro per il mondo.

Volevano sapere di me, e conoscere Milano e l’Italia attraverso ai miei racconti. Si complimentavano del mio Francese maccheronico e di come riuscissi a parlarlo seppur con qualche difficoltà, e di come non ci fosse diffidenza nei loro confronti perché anche loro ho scoperto conservassero nel cuore i miei stessi timori. Avevano paura che non mi sarebbero piaciuti, un po’ particolari e a sé stanti, unici nel loro genere. Ma così non è affatto accaduto. Ho incontrato un gruppo di amici che mi ha saputa accogliere come fossi una dei loro, e ammetto mi abbiano anche commossa.

E poi, non solo gli amici dei miei amici ma anche tutti gli altri. Come la signora dell’ufficio postale che mi da gentilmente indicazioni anche se non le ho richieste (ma evidentemente i miei occhi imploravano aiuto). Oppure la ragazza che a Mont Saint Michel mi ha proposto di scattarmi una foto e che poi ha iniziato a chiacchierar con me come se niente fosse, e che addirittura mi ha aiutata iniziando a parlar in Inglese nonostante per lei fosse difficilissimo.  O Florent e Amélie che con Teddy mi hanno aperto le porte di casa, e mi hanno offerto il pranzo e anche la cena, facendomi scoprire tantissime cose sulla Bretagna, e curiosità e tradizioni che mai avrei immaginato ma che ho imparato ad amare tantissimo.

Così, se la Grecia mi aveva re-insegnato ad essere me stessa, e il Belgio a credere nel “non è mai troppo tardi”, il mio viaggio in Bretagna mi ha insegnato ad amare.

Ad amare me stessa un po’ di più, e anche gli altri, ma in modo incondizionato e sincero. Ad amare anche la vita, e a ricordarmi di volerla vivere davvero giorno per giorno, e sempre col sorriso e con la grazia nel cuore, capace di credere nel potere del bene sempre.

La Bretagna mi ha insegnato ad amare i Francesi, e anche i Bretoni addirittura di più, che se anche prima di partire avevo paura che la convivenza forzata ci avrebbe distrutti ho invece imparato che è stato esattamente l’opposto.

Ad amare la tranquillità che in Bretagna sembra esistere ovunque, coi suoi chilometri di campi coltivati e di mucche al pascolo quasi a ricordarti che il Paradiso esiste e non è irraggiungibile. Ad amare le cose semplici, perché in Bretagna son quasi tutti contadini oppure pescatori e va bene anche così. Ad amare gli sconosciuti che decidono di chiederti chi sei e che vogliono raccontarti la loro vita, come lo strano Parigino incontrato sulle sponde di Saint Suliac.

E poi, la Bretagna, mi ha insegnato ad amare di più casa mia. I miei nonni, e mio fratello. E la mia mamma e il mio papà. Perché – come probabilmente molti di voi già sapranno – anche loro sono imprenditori agricoli. E in Bretagna, con mille trattori ovunque, e mais e granturco a circondare ogni strada, il mio pensiero era sempre impegnato a ricordarsi di me piccina seduta sulle gambe del nonno a guidare il volante del Lamborghini arancio. A me che da piccola saltavo a piè pari sulle montagne di mais e ne uscivo tutta impolverata e mi sembrava di esser appena rincasata da un parco giochi magnifico.

A me che a quattro forse cinque anni appena, con i gambali dello zio ad impedirmi un poco il movimento, sentivo sbattere il portone del nostro Podere, e vedevo quella macchina entrare in cascina e il mio nonno scender dall’auto. E gli correvo incontro, e perdevo i gambali per strada ‘ché mi stavano larghi e quasi inciampavo. E mi prendeva in braccio e mi stringeva forte, e per me era l’infinito.

È  proprio vero che tutte le strade portano a casa. Grazie, Bretagna.

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