QUANDO RIAPRI LA CARTELLA BOZZE (O IL TUO DIARIO SEGRETO) – I miei racconti di viaggio mai pubblicati

Mi è capitato ormai due volte. Non so che fare, e mentre aspetto il treno, oppure l’autobus, o l’ascensore che arrivi a prendermi dal più alto dei piani, riscopro il telefonino. E in particolar modo non tanto i suoi social network o le sue app, ma le sue cartelle più nascoste.

Come alcune sottosezioni della “Galleria”, ad esempio, nelle quali trovo selfie che non ricordavo di essermi scattata e tuttalpiù in compagnia di persone che, nel corso dei miei viaggi, quasi non ricordavo di aver conosciuto.

E così succede anche con il mio PC. Proprio stamattina, infatti, spulciando tra le foto ricordo e gli articoli ancora in “Bozze” che forse mai pubblicherò, ho trovato degli spezzoni di viaggi mai raccontati, battuti di getto e impubblicabili, capaci di farmi sorridere come non mai.

Avete presente quelle cose scritte di fretta nel blocco note del telefonino che però poi non completi e che inoltre non rileggi mai? Per me è quasi una routine.

L’ispirazione, infatti, mi raggiunge ovunque e sempre senza avvisare. Anche per questo devo esser preparata. Un tovagliolo di un bar potrebbe dare inizio al migliore dei racconti, ma anche il mio cellulare non scherza. I miei blocco note sono zeppi di spunti, di riflessioni e di racconti di viaggio inaspettati. Di ricordi, di emozioni, di impulsività.

E oggi, ho deciso, mi va così: mi va di condividere due inizi di racconti inediti (e mai finiti) anche con voi.

Badate bene: sono pensieri in libertà ma non hanno capo o coda, perciò non aspettatevi troppo. Sono semplici filoni indistruttibili di ricordi, di gioie e felicità, pronti a farmi tornar con la mente ed il cuore là dove sono stata ma anche là da dove non sarei mai voluta tornare.

Questo, dunque, chiamiamolo così: esperimento. Vi apro il mio cuore, e anche il mio blocco note, che è un po’ quasi il mio diario segreto, e ditemi voi come poi proseguirà.

 

Casa di Teddy, divano, Rennes, Bretagna – 4 Settembre 2016

Non sapevo cosa aspettarmi da questa vacanza. Non ci avevo pensato più di tanto, seppur io l’abbia organizzata mesi fa. Mi fidavo dei miei amici che sapevo mi avrebbero ospitata e aiutata più che volentieri in quei giorni, e poi basta. Nient’altro.

Volevo solo finalmente partire per la Bretagna e visitarla tutta, come ho fatto. E poi perdermi a Mont Saint Michel e in qualche bosco della Normandia, in mezzo ad una collina coltivata a grano o in una vecchia fattoria in un paesino chissà dove. E così è successo. Eppure non sapevo cosa davvero potesse offrirmi, la Francia.

Partire senza aspettative è sempre la miglior cosa da fare, ma è molto difficile obbligarsene. E’ complicato decidere razionalmente di partire senza pensieri e progetti, ma con l’unico intento di capirci un po’ di più, di quel Paese forse ospitale o forse no che però in un modo o nell’altro andrà cullandoti per qualche giorno. Ho preparato il mio zaino con cura, ho piegato ogni vestito come stessi organizzando la trasferta della vita. Ho curato ogni dettaglio ma nulla, e dico nulla, ha contribuito a placare la mia ansia e con lei le mie paure.

Sarà che dei Francesi sono stata purtroppo abituata a non fidarmi troppo. Sono famosi per le loro risposte fredde, e per il fatto che non apprezzino – soprattutto – che tu non parla alla perfezione la loro lingua madre. Temevo che non sarei piaciuta ai miei amici e a alla loro compagnia. “Forse mi prenderanno in giro” mi ripetevo. “Non parlano Inglese, e se fatico a comunicare che faccio?”.

 

Veratour Emerald Lagoon, spiaggia, Marsa Alam, Egypt – 17 Marzo 2017

“Carpe diem” diceva un saggio. Lasciatemi dire che io sia totalmente concorde con lui. Cogliere l’attimo è importante tanto quanto lo è salire sui treni giusti al momento giusto, e se proprio vogliamo concludere il pensiero a suon di “frasi fatte” potremmo dire anche che questi passino una volta sola. 

Quando questa estate ho visitato la Grecia, ho avuto anche la fortuna di passar qualche giorno in un villaggio, anzi in due. E lì mi sono confrontata per la prima volta con una realtà lontanissima da me, diversissima dalla mia idea di vacanza, e che soprattutto non avevo mai conosciuto prima.

Fra le varie cose che non mi sono piaciute dello stare in villaggio, come il fatto ad esempio che la mia anima avventuriera almeno in quell’occasione non sia stata troppo appagata, ce n’è però una che mi ha particolarmente colpito: la gente che nel villaggio ci vive e ci lavora.

L’accoglienza tipica che i più bravi tour operator italiani offrono al cliente, accogliendolo e facendolo sentir coccolato e a casa dal suo arrivo fino alla sua ripartenza, mi hanno affascinata come poche altre cose.

E poi, gli animatori – che in questo momento, ad esempio, stanno ballando la sigla Veraclub vestiti da Flintstones (credo, ma domanderò) proprio qui, davanti a me.

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